Storie della Resistenza

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Prof. Sergio Telmon

Dr.Sergio Telmon – Ricordi di un giovane insegnante

 

Dr. Sergio Telmon

(Giornalista e corrispondente della Rai-Tv a New Jork)

RICORDI DI UN GIOVANE INSEGNANTE

Hora ruit, non vi è dubbio. Sembra ieri: sono invece passati quarant’anni da quando un Suo amabile e alquanto pittoresco predecessore, il fondatore stesso del Liceo “Pico”, chiese a me, come agli altri insegnanti, uno scritto per l’annuario destinato a celebrare il ventennale dell’Istituto. Cresciuto in una famiglia del vecchio Piemonte che aveva lo scherzo facile come la schiena diritta tirai all’incauto Preside un brutto scherzo. Dentro una vacua discettazione sul dilemma se l’educare appartenga all’attività economica dello spirito o a quella morale contrabbandai una bella pagina uscita da poco sulla “Crìtica”, dal titolo “Perchè non possiamo dirci cristiani”. Citare per esteso Benedetto Croce nell’anno di grazia 1943 quando il filosofo napoletano era il punto di riferimento dell’intelligentia antifascista non marxista, già organizzata nella cospirazione, sarebbe stato troppo temerario per il Don Abbondio – precettore, sullo sfondo, poi, di una piccola città che sopperiva all’assenza d’un sistema di fognature con un comando di Legione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

Così, alternando l’ammiccamento suasivo-sorridente con quello severo-imperativo, il brav’uomo mi annunciò un compromesso: il “sogget­to non sarebbe stato incorporato nell’annuario, bensì stampato in estratti a disposizione dell’autore (e soltanto dell’autore).

Dietro le quinte sonnolente di questo borgo padano nell’ultimo anno del fascismo legale , si muoveva, probabilmente eccezionale per ampiez­za, un gruppo clandestino di giovani, tutti, direttamente o indirettamente, convertiti alla democrazia da un giovane professore che cadrà il 7 agosto del 1944 sotto le raffiche dei mitra fascisti: Roberto Serracchioli. E’ a questo nome, a questa figura fisicamente non felice ma intellettualmente di un fascino aggiogante, che ci si deve rifare per individuare, dentro al Liceo e fuori, l’esistenza di un fervore antifascista e di un impegno demo­cratico lucidi ed insieme audaci, quasi temerari.

Nel 1941-42 Roberto Serracchioli, laureando in filosofia, nato nel ‘20 a Parigi da padre italiano e madre francese, approdato quattordicenne a Bologna dove ebbe inizio la nostra amicizia, aveva insegnato filosofia e storia al Liceo “Pico” rivelando subito una forte presa sui giovani più svegli e anticonformisti. Così con Brenno Romiti, i fratelli Campanelli, Nello Bozzini, Telesforo Silvestri di Concordia e numerosi altri aveva rapida­mente intessuto una trama culturale politica, operato un risveglio di co­scienza verso ideali di democrazia operante e socialmente aperta.

Jauressiano agli inizi, fortemente influenzato dal socialismo francese, approderà più tardi al marxismo. L’anno scolastico cruciale 1942/43 Ser­racchioli fu chiamato brevemente alle armi ed io ricevetti il suo incarico e con me giunse a Mirandola un giovanissimo militante comunista, Amilcare Mattioli, di Casola Valsenio, latinista e grecista di valore. Serracchioli ben presto fu congedato e tornò a Mirandola vivendo di lezioni private: il nostro sodalizio, che copriva i due filoni, l’azionista e il comunista, ci permise una esaltante opera di confronto di idee e di proselitismo clandestino che si tradusse più tardi in una robusta presenza nella Resistenza e nella lotta di liberazione (Non si perda il bellissimo volume “NE’ PAGA NE’ QUARTIE­RE” di Giuseppe Campanelli) suggellata dalla morte di due partigiani ex allievi del Liceo, Lino Pederzoli e Silvano Marelli, oltre che dal martirio di Roberto Serracchioli a Fossoli di Carpi.

Quarantanni dopo,questo martirio drammatico ed unico, vissuto nel­la solidarietà esaltante di giovani che si sentivano “protagonisti” e portatori di alti ideali, battistrada quasi, privilegiati dalla storia – si colloca ancora nitido nella mia memoria in funzione del pensiero dominante che dava spessore all’impegno scolastico di un insegnante “precario” ancora studen­te di filosofia e storia. Ricordo allievi attenti alle lezioni sulla Rivoluzione francese, tutti armati della preziosa “Età del Risorgimento Italiano di Adolfo Omodeo invece che dell’insulso libro di testo di storia del Manaresi. Ricordo – saprei citare, credo, tutti i nomi – giovani e ragazze dai volti vivaci, ricettivi, accanto a pochi stupidelli ottusi e qualche infido rampollo degli agrari dell’olio di ricino. E fuori della cerchia dei tre “guastatori” Mattioli, Telmon e Giuliano Lenzi spediti da Modena da uno di quei giovani “littori” intelligenti e spregiudicati che il regime mandava a reggere provveditorati e dirigere giornali, ricordo un corpo insegnante di onesti ed appassionati professionisti. Due mi sono rimasti particolarmente impressi, la giovane professoressa Rosta, che capiva tutto, e l’insegnante di ginnastica travesti­to da D’Artagnan in camicia nera, che dava la sensazione di… pensare ad altro.

Annata scolastica corta, ma rovente. Tutti i miei amici politici in galera a Bologna, Ferrara, Firenze, Roma, ovunque e io tenuto fuori come spec­chietto per le allodole. Fra l’Aprile ed il 25 Luglio fu necessario troncar contatti, diradare certi incontri, usare infinite precauzioni. Mi fu suggerito di accogliere l’invito del Preside di parlare a un gruppo di coltivatori e mezzadri della necessità di conferire il grano all’ammasso e non di instra­darlo, italianamente, nel mercato nero.

Ricordo che mi riuscì di non nominare nè il Duce, nè la vittoria, nè la guerra. Fece capolino nella sala un personaggio con cui ebbi dimestichezza alcuni anni dopo: don Zeno Saltini, il fondatore di Nomadelfia.

Ricordo anche che l’istituto della raccomandazione, specie per le ma­turità, vigeva già allora ma in misura assai minore di oggi. Non c’erano tanti onorevoli, allora. Ricevetti poche lettere: una di Edda Ciano Mussolini, che raccomandava una ragazza abbastanza preparata la quale a causa dell’in­tervento del Palazzo ebbe un voto di meno di quanto non meritasse.

E’ incredibile il grado di mutazione impresso su di noi, e attraverso di noi, sui più giovani, in una fase che reputo la più viva nella storia di codesta scuola. Debbo dire, a suo onore, che il preside sornione capiva tutto e sapeva molto e che la notte doveva sgranare rosari perchè a questa gabbia di giovani matti non accadesse nulla di tragico.

Il tutto, in una cornice felliniana perfin troppo ovvia: il quotidiano incontro, senza neppure un cenno di saluto, nella stanza da pranzo dell’Al­bergo “Nuova Italia” fra gli occupanti dei tavoli, affiancati, dello Stato Maggiore della Legione della Milizia e dei giornalisti sbarbatelli che parla­vano di Kant e di Sofocle ma meditavano sul “giorno del giudizio” sempre più prossimo per il fascismo.

In comune c’era solo un rituale impossibile da eludere: la forchetta già affondata negli spaghetti, la voce dell’annunciatore dell’EIAR Arista met­teva in crisi la funzione che ci accomunava, fascisti e antifascisti. Rumori di sedie, scatti più o meno rapidi e striscianti, Centurioni e “disfattisti”, tutti col tovagliolo già pendente dal colletto, ascoltavano in piedi con diverso raccoglimento, tradito da differenti contrazioni della muscolatura faccia­le, le ultime notizie dal Fronte, notizie di legnate camuffate da ripiegamenti strategici. Con i migliori saluti.


Da albarnardon.it Tratto da : Sessant’anni di vita del Liceo-Ginnasio “Giovanni Pico”

 

Mirandola 1923-1983

 

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