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19/12/2011 ricordo del Partigiano "Dievel"

Oggi 25 ottobre 2020 è deceduto a quasi 101 anni il Partigiano "Dievel". Di seguito il ricordo di un nostro iscritto che l'ha conosciuto.

Al Dievel

Sabato ho conosciuto il Diavolo, anzi, al Dievel, e ho capito che finora non mi hanno raccontato la verità.
Al Dievel ha occhi magnetici che non si limitano a guardare ma ha il sorriso buono.
Al Dievel ha pure la carta d’identità: Germano Nicolini, nato a Fabbrico, residente a Correggio.
C’è tanto in quest’uomo, sarà la statura, 185 centimetri per un signore classe 1919 è tanta roba, sarà per il parlare come un flusso ipnotico, così forbito per via di quel Liceo Ginnasio, e così dentro alle cose di oggi, sarà per quegli studi alla Bocconi sarà per quello sguardo che setaccia il mondo in filigrana. Sarà perchè al Dievel ha conosciuto il significato della parola ‘resistere’ imbracciando il parabello, lui, sottufficiale ed ex studente universitario iscritto al Guf, dopo l’8 settembre è fuggito dalla colonna di sbandati che le Ss stavano conducendo nei campi di lavoro o contro un muro, ed è tornato a piedi dalla Tiburtina per prendere ancora una volta le armi e comandare 900 uomini, nelle incursioni di disturbo e nell’ordinaria amministrazione di guerriglia, e scendere in battaglia a Fosdondo e a Fabbrico, o sarà forse per quei dieci anni in carcere, lui, innocente, che ha rifiutato la fuga nell’approdo cecoslovacco, via Jugoslavia, perché non aveva fatto nulla di male e la sua ragione l’ha gridata il processo di revisione, quarant’anni dopo, con le scuse formulate al telefono dall’allora Presidente della Repubblica, Cossiga.
Sarà per la clemenza, che non può essere quella di un diavolo, testimoniata dai prigionieri miliziani repubblichini, cooptati da Graziani e volontari, che confermano “al Dievel si è opposto con la mitraglia alla giustizia sommaria”.
Lui, prima di essere al Dievel è stato il partigiano Demos e poi il partigiano Giorgio, e infine diventò il Diavolo da quella volta che due staffette, le sorelle Morini, lo videro beffare i nazifascisti durante un rastrellamento, svicolando agile come un furetto. Anzi,”propia cme’n Dievel”.
Lui, eletto primo sindaco di Correggio per la sua militanza armata, quella figura di comandante partigiano preso come capro espiatorio della morte di Don Pessina. Ci dirà la storia che quella condanna fu voluta dagli ambienti ecclesiastici di Reggio Emilia, che fecero pressione, ce lo dice anche l’ex Ministro Gianni Mattioli, anche lui come Cossiga in verbale genuflessione per l’empia condanna decretata da suo padre, all’epoca Pubblico Ministero al processo di Perugia. Lui, che di processi ne ha subiti 13. Col Dievel ce l’aveva la Chiesa, e può anche sembrare normale, lui come Lucifero angelo dissociato, cattolico credente che aveva visto nel comunismo il cristianesimo del XX secolo, ma pure il Pci, il suo partito, che sapeva della sua innocenza e non fece altro che preparargli la strada della fuga, perché troppo ingombrante, quella presenza, troppo carisma negli occhi del Dievel. Ma il Dievel ha preferito la prigione.
Tre ore in quel sabato pomeriggio. Tre ore di parole e materia, di ricordi che si fanno riflessione storica e liberazione, dalle miserie umane e dai clichet.
Sabato ho ascoltato il Diavolo e quelle parole sono state come un altro battesimo. Di umanità.